Partito romano

Posted on 13 aprile 2014

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L’austero ministro globalista Pier Carlo Padoan a braccetto con il redivivo no global Paolo Cento, il post comunista Massimo D’Alema con il post fascista Maurizio Gasparri. Di fronte al tifo giallorosso, coltivato nella vellutata e sempre affollata tribuna d’onore dello stadio Olimpico, le divergenze politiche scolorano e il pueblo romanista mai come oggi è unito, anche in Parlamento, in difesa di Mattia Destro, prolifico centravanti punito con tre giornate di squalifica per una manata al difensore del Cagliari Astori. Non potendo contestare la natura violenta e anti sportiva del gesto, la polemica si scaglia contro il giudice sportivo Gianpaolo Tosel, reo di aver utilizzato la prova televisiva per sopperire al fatto che l’arbitro, non avendo visto la manata, non l’avesse punita durante la partita.
Sull’episodio anche il presidente del Coni Giovanni Malagò ha ritenuto di intervenire criticando il giudice sportivo: «Cose incomprensibili». Incurante delle critiche a cui si sarebbe inevitabilmente sottoposto, non tanto per la sua nota fede giallorossa (il padre fu anche vicepresidente della Roma) puntualmente rinfacciata sui blog ultras, quanto per la sgrammaticatura istituzionale: il capo del potere esecutivo censura un provvedimento di un giudice e interviene a gamba tesa in un procedimento disciplinare in corso, poiché la Roma ha presentato ricorso e la Corte d’appello si pronuncerà nei prossimi giorni.
In altri tempi, e in altri contesti, si sarebbero uditi alti lai contro il «populismo giuridico» e girotondi in difesa della separazione dei poteri, dell’indipendenza della giurisdizione, dell’imparzialità delle istituzioni… Invece la politica si è scatenata in senso avverso. Dilagano giureconsulti improvvisati, arruffapopolo via etere, spericolate teorie del complotto, fantasiose dottrine.
Il più sobrio è stato Padoan, che martedì nella conferenza stampa sul Def, stuzzicato da Renzi («Ha avuto una giornata difficile, con una lunghissima discussione sulla prova tv»), si è limitato a dire: «Quando mi ha detto della squalifica, pensavo scherzasse. Purtroppo non è così». E ieri, a Washington per la riunione del Fondo monetario internazionale, ha ribadito: «Sono preoccupato, preoccupatissimo, è una cosa che mi ha sconvolto, mi ha fatto star male quando Renzi l’altro giorno me lo ha detto». Niente a che vedere con D’Alema, che si divide tra la presidenza della Fondazione europea degli studi progressisti e quella onoraria, dunque vitalizia, del Roma Club Montecitorio (carica ereditata da Andreotti). Mercoledì nella trasmissione tv «Le invasioni barbariche» commentava con proverbiale perfidia: «A Chiellini ne avrebbero date massimo due di giornate. C’è sempre una certa benevolenza, loro godono di determinati sconti di cui noi non godiamo». E a ruota il compagno Marco Miccoli, deputato Pd, rilanciava su twitter: «Squalifica a #Destro conferma mie precedenti dichiarazioni. Campionato falsato da errori arbitrali e inadeguatezza giustizia sportiva». Precedenti dichiarazioni nelle quali paventava una «nuova Calciopoli», appellandosi – lui, bersaniano doc – al premier Renzi. Peccato che nemmeno le oscure forze della reazione juventina in agguato avrebbero potuto garantire sconti di pena a chicchessia: Destro infatti è stato condannato al minimo della sanzione prevista dal codice di giustizia sportiva.
Il verde Paolo Cento, no global marxista e sostanzialista, di fronte alla manata giallorossa si trasfigura in raffinato pandettista, difensore della giustizia formale («Il tema non è il gesto di Destro ma come si applicano le regole…»), evocando l’applicazione «ipocrita» di «quella che io ho chiamato una moviola all’amatriciana». E il destro Gasparri, poteva mancare? No, dopo qualche giorno di riflessione sottolinea «un’applicazione anomala della prova televisiva», chiede «non solo per la Roma ma per tutti, un chiarimento» normativo perché «bisogna sapere se si può tornare su una decisione già valutata sul momento dall’arbitro o meno. La prova televisiva vale sempre o non vale mai? Vediamo tante cose in televisione, a questo punto la prova tv si può estendere in maniera ufficiale ma non può essere la prova Destro».
E dunque mentre il Pd grida al complotto permanente, sinistra radicale e destra berlusconiana argomentano in punta di diritto, in linea con la dottrina Caressa, espressa dal direttore di Sky Sport in un accalorato editoriale diventato il fondamento giuridico dell’insurrezione romanista. La tesi è che il giudice sportivo, sanzionando un’azione di gioco già giudicata dall’arbitro, abbia confuso prova televisiva con moviola in campo, debordando dai limiti del codice. «La squalifica di Destro è inaccettabile, il giudice sportivo ha commesso un errore giuridico gravissimo che deve essere sospeso o cambiato. La prova tv va applicata solo per falli non visti e non sanzionati in campo, altrimenti è moviola. Quello di Destro è stato un fallo non visto ma sanzionato in campo con il calcio di punizione. Una cosa senza senso giuridico. La Roma vincerà il ricorso».
In realtà – il comunicato del giudice è chiarissimo – l’arbitro ha dichiarato di non aver visto la manata di destro, ma solo un precedente e diverso fallo. E quindi il giudice non si è sovrapposto con la prova tv all’insindacabile valutazione arbitrale, ma ha colmato una sua lacuna, su una specifica condotta violenta non vista e quindi non giudicata ed eventualmente sanzionata. Un’interpretazione perfettamente coerente con la ratio del codice di giustizia sportiva laddove contempla l’uso della prova tv «in caso di condotta violenta di particolare gravità, non rilevata in tutto o in parte dagli ufficiali di gara».

Giuseppe Salvaggiulo (La Stampa)

Di Marco Miccoli avevamo già scritto. Sul resto, mica poco, ci aiuta questo spettacolare pezzo di un giornalista di talento. Ci siamo segnati tutti i nomi e non ne dimenticheremo uno. Nemmeno uno, #ottantaquattropuntitestedicazzo.

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Posted in: Calcio