Uccelli

Posted on 6 aprile 2012

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Quel giorno di 9 anni fa abbastanza memorabile bussarono toc-toc e mi toccò aprire a Giulio Tremonti. Non era casa mia, ero semplicemente il più vicino alla porta. Più fumo che persone: anche Bossi, Calderoli, Zoppolato e tre cronisti nella gigantesca nuvola prodotta dal sigarone del capo. Fu lì che disse: «Vedremo se questo Sergio Cecotti è un’aquila o un tacchino».
Bossi, ancora allora, era un gigante. Ma avrebbe dovuto ritirarsi quel giorno abbastanza memorabile, a Reana. Come Platini. Invece è finito stile Adriano per aver voluto capire di uccelli più di un gabbiano. Si fosse ritirato, avrebbe evitato qualche mese dopo di farsi infilzare dall’aquila, altro che tacchino. Una sconfitta omerica, non ne rimasi scontento: detestavo che Bossi fosse riuscito ad abbattere la Democrazia cristiana, obiettivo fallito del mio unico idolo politico. A ogni elezioni vissuta da bimbo, Giacinto detto inevitabilmente Marco tuonava e prendeva spiccioli. Questo lombardo grezzo e fintamente ignorante invece ci riuscì. Favorito dai tempi e dal terreno di gioco, certo non San siro, ma ci riuscì.
Prima di diventare Adriano, dopo l’infortunio, va reso atto che fu davvero Platini. Anche se, fin dei conti, ha vinto più titoli di capocannoniere che scudetti. La Lega, non ci obnubili la sua fine ora certificata anche dalla burocrazia, non ha portato a casa nulla nemmeno in tempo di splendore. Solo e sempre la gigantesca nuvola prodotta dal sigarone del capo. Quella servita a far sembrare figo più di qualche bullo in camicia verde. Qualche bullo che oggi entra nel triumvirato, ultimo ridicolo atto. Più che un Adriano, un Pacione.

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Posted in: Politica